Valle Carbonara (II)

sentiero PNALM partenza= Q, Q2

a cura di: Ciro Castellucci

Nel versante laziale del Parco a ridosso di stupende doline carsiche, fra cui la celeberrima Fossa Maiura,  conosciuta nell’antichità come punto di cattura di orsi da destinare alle attività circensi dell’antica Roma, si spalanca un incantevole scenario montano che conduce in Alta Val Carbonara.

Fra arbusti di biancospino, corniolo e manti di elicrisium dal profumo denso di liquirizia,  una sinuosa pista sterrata,  lentamente si fa strada lungo i canaloni della montagna. Nella faggeta, nelle zone esposte al sole, nelle antiche Cese (negli antichi catasti indicavano i luoghi disboscati) macchie di fragoline di montagna arredano il sentiero. Alcuni peri e meli selvatici carichi di frutti, in autunno saranno delizia per l’orso.

Sulla destra orografica diparte un altro percorso che conduce su a Colle Uomo, Punta Mazza. Si rinvengono varietà di funghi, manine gialle, coprini e altre specie, disseminati lungo il canalone delle Vallocchie.  Impervi recessi di bui anfratti si incontrano di tanto in tanto. Sono scivoli calcarei naturali dove solo l’acqua in epoche passate si incanalava. A questa quota il percorso si divide in due carrarecce. Un tratto conduce oltre la vecchia miniera di  bauxite, da dove fino alla metà del secolo scorso, si estraeva questo minerale, e che a poche centinaia di metri si interrompe infrangendosi nei contrafforti del Montagnone. L’altro invece che conduce ai vasconi, si ferma sopra la sella di Colle Uomo. Quassù la vista su tutta la valle è panoramica. Si scorge tutta la cresta di Picco la Rocca, il Pietroso sin dentro la valle Lattara, antico percorso che, come la  Valle Carbonara, per secoli ha messo in comunicazione i popoli marsi con i latini.  Dall’altro versante: Punta Cardicola, la Brecciosa, la valle del Liri, con il paese di Campoli Appennino in primo piano e  nello sfondo Sora, fin giù sino al monte Cacume.

Da qui con una  forte pendenza iniziale, di quattrocento metri di dislivello, il sentiero porta su a Punta Mazza e alla sella del Montagnone, che serpeggiando lungo la cresta conduce, sino al Serrone: il Bhudda in ascesi.

Verso la selva di Sant’Andrea, nel lato a settentrione a ridosso di monte Calvo, fra una faggeta diradata, segno di una passata frequenza di attività umane in lotta con la sopravvivenza,  come su una cartina geografica, il territorio sottostante, emerge con tutte le caratteristiche d’utilizzo: reticoli geometrici di campi tenuti una volta a coltura, terreni disboscati, cumuli di pietre accantonate ai bordi dei campi per strappare, in passato, terra da arare alla natura selvaggia.

La carrareccia di fondovalle che porta su in val Carbonara, all’altezza de “La Cesa e Sant’ Jacque”, dove la morfologia del  terreno presenta delle terrazze livellate in tempi in cui l’uomo vi coltivava cereali.  Ora vi stanno attecchendo piccoli  arbusti di piante da frutto,  di varie essenze fruttifere, sono protette da una rete metallica intorno per evitare che animali domestici o selvatici possano ostacolarne la crescita. Sono state reintrodotte da un’associazione locale amica degli orsi che ha fra le sue finalità la protezione di questa specie. Lungo il costone del Faggio di Annibale, a mezza costa e nelle vicinanze del vallone del Peschio, dopo Je trifogliete, all’inizio del bosco,  magnifiche colonie  di Iris.

La temperatura di valle, di tipo mediterraneo,  crea polimorfismi  peculiari in questa fascia montana, dal giaggiolo palustre di fondovalle alla sottospecie marsicana.

Dopo un paio di chilometri, si giunge al rifugio di Capo d’Acqua, m. 1280, in territorio di Campoli Appennino. Confortevole struttura adibita ad uso turistico e di studio. Nei pressi l’omonima sorgente che magicamente affiora in superficie, per farsi ammirare e degustare, per poi,   pochi metri dopo ritornare negli arcani meandri del sottosuolo.

I ripidi pendii boscosi ammantano di verde tutta la catena montuosa dalla Tagliata vecchia a   valle Iatafora,  da val Copella a  val Celano.

Più a nord, il toponimo valle Carbonara, ricorda l’antica consuetudine di tagliare legna nei boschi per ottenere,  con delle pire, magistralmente lavorate, il carbone.

Il combustibile di una volta. Venduto ai signori della città!

La produzione del carbone vegetale avveniva con una tecnica che permetteva di togliere la quantità corretta di ossigeno al processo di combustione della legna, in modo da evitare da una parte che il fuoco si potesse spegnere e, dall’altra, che il fuoco prendesse troppo vigore bruciando la catasta di legna. Su una piazzola si poneva al centro un palo alto di 3 m. con diametro di 10 cm ; attorno si costruiva un castello con pezzi di legna corta poggiati orizzontalmente gli uni sugli altri e su questi si accatastava tutto attorno la legna a bastoni di circa un metro, creando un cono a cupola. All’esterno, alla base,  si costruiva una siepe di rami intrecciati al fine di consentire l’idonea areazione per la giusta cottura. Si ricopriva il tutto con del fogliame e uno strato di terra per isolare la massa legnosa dall’aria. A montaggio finito si sfilava il palo centrale e nel buco che fungeva da camino, si facevano cadere delle braci accese che innescando la combustione, bruciava lentamente. Il processo di carbonizzazione durava dai 5 ai 6 giorni. Il rapporto legna carbone era  di 30/40 quintali di legna per  ricavare 6/8 quintali di carbone.

Oltre la faggeta superati i 1500 m. d’altitudine, si spalanca la prateria d’alta quota, sino a giungere in località Schiena d’asino, ove si può aggirare il monte Serrone e le ripide scatafosce di Villa ( versante Fucense). Da qui l’orizzonte laziale e della terra marsicana è spettacolare.

Proseguendo sulla cresta verso sud-est, nei pressi dei Tre confini, è collocato il rifugio di Pesco di Iorio, che dopo un breve tratto sulle creste di Pescasseroli, rientra in territorio di Alvito: ove è collocato, al di sotto del valico per Monte Tranquillo, il rifugio di Valle Lattara.

La natura in questo angolo nascosto sprigiona sentimenti bucolici di un vissuto agreste non troppo lontano. Nel fondovalle, in località Pozzo Pantano, punto di partenza del percorso, si ammira dall’alto la nuova struttura del Centro Servizi del versante laziale del Parco Nazionale d’Abruzzo,  ove termina la Valle di Rio con la frazione di Sant’Onofrio, il santo che viene raffigurato con al fianco un cervo, a testimonianza di un passato in cui la spiritualità e la Natura erano un connubio integrante.

 

Capo d’Acqua – Valle Carbonara

sentiero PNALM – partenza= Q – Q2  dal Centro Servizi PNALM, Campoli Appennino

Quota: da m. 924 a 1.830 slm

Dislivello: m.900 in salita e 900 in discesa

Periodo consigliato: primavera, estate, autunno, inverno.

Tempo di percorrenza: h.2.50 (h.2.00 ritorno)

Difficoltà: facile

Lunghezza: A/R km.16.00