Valle Fischia (IV)

sentiero PNALM partenza= 07

a cura di: Ciro Castellucci

La Valle Fischia  che si dipana fra i territori del Comune di San Donato Valcomino e quello di Settefrati,  con antiche contese territoriali, è il  naturale spartiacque geologico che separa questi due comuni. Appena fuori dall’abitato del Comune di Settefrati, sulla strada che conduce al santuario di Canneto, un tornante,  a quota 892 m.,  indica l’accesso per  la Valle Fischia.

Sulla sinistra si imbocca il sentiero – 06 –  che si snoda  lungo una comoda carrareccia con divieto di accesso alle auto non autorizzate. La stradina prosegue in diagonale con media  salita a mezza costa per circa 5 km attraversando una splendida faggeta che con il suo manto arboreo crea un ambiente sciafilo che protegge il ricco humus del suolo montano.

I suoi frutti (Faggio) le faggiole, di essenza farinacea danno alimentazione alla fauna pregiata qui presente. In un lontano passato, nei periodi di carestie, esse hanno dato nutrimento anche alle popolazioni locali.

Superato l’incrocio con il sentiero – 08 – che conduce a San Donato Val di Comino, poco più avanti sulla destra si incontra la Fonte di San Cataldo,  le cui acque, dalle concrezioni calcaree su un fianco della roccia,  incanalate a percolazione, alimentano un botticino di pietra scolpito da mani antiche che riversa l’acqua in un vascone di recente ristrutturato.

Il  toponimo della fonte  ha perso la sua memoria nel tempo, ma certamente ha origini lontane quando, nel 680,  l’asceta proveniente dall’Irlanda per giungere in Terra Santa, deve aver percorso queste antiche strade. Presenza certificata tra l’altro anche in Supino (FR)  dove  oltre ad essere compatrono e avvocato protettore  gli è dedicato un Santuario nell’arcipretura di San Pietro Apostolo (unico in Italia al di là di parrocchie, chiese, eremi o grotte). L’elemento acqua ha spesso accompagnato il Santo che è ricordato sia per la pietra cava da cui fu battezzato che diventò oggetto di notevole venerazione da parte del popolo, ma anche perché spesso la cavità si riempiva di acqua piovana, acqua nella quale numerosi infermi dopo essersi bagnati venivano guariti da numerose malattie. Sempre secondo la tradizione, il santo, prima di approdare a Taranto, avrebbe lanciato un anello in mare per placare una tempesta e in quel punto del mare si sarebbe formato un citro, cioè una sorgente d’acqua dolce chiamata ”Anello di San Cataldo”, tutt’oggi visibile sotto forma di ”polla d’acqua dolce”. Quindi un toponimo non casuale, questa fonte dedicata a San Cataldo nella Valle Fischia,  di importanza non solo storica ma anche religiosa.

Risalendo la Valle Fischia, il cui nome fa pensare ai forti sibili del vento durante i rigori invernali,  i ricordi vanno a quelle genti che in questi luoghi hanno sacrificato la loro esistenza.

Questi boschi sono stati il sostentamento, sino al secolo scorso, per l’approvvigionamento di legna combustibile per le comunità locali, frequentati dalle donne di questi paesi che, anche due volte al giorno, raggiungevano gli anfratti di queste montagne per  raccogliere legna e trasportarla  a valle con “gl’ frascon”.   Fonti storiche, documentate in una ricerca svolta dagli alunni della Scuola Media di San Donato, narrano di una fredda notte di febbraio di fine Ottocento quando due donne di San Donato, attardatesi nel loro lavoro in montagna,  furono assalite da un branco di lupi e uccise, proprio nei pressi della Fonte di San Cataldo.

Fole di episodi certamente alimentate dal mito, allora in voga, del Lupo di Gévaudan le cui aggressioni infiammarono buona parte di Europa per tutta la seconda metà del diciassettesimo secolo.

Di fronte al costone “Le Chianozze.” lungo la carrareccia, si trova il rifugio di Macchia Marina,  situato a 1.239 m.  e gestito da una cooperativa locale.

Frattanto lo sterrato termina nelle vicinanze di un procojo e di un ricovero dei pastori (Jacce). Da qui il sentiero, non particolarmente visibile, volge a destra lungo una breve radura delimitata da imponenti faggi secolari, inizia a farsi impegnativo e ripido, ma è ben segnato.        Proseguendo nella faggeta, il percorso interseca  il costone di m. Colle Nero a sinistra e  attraversa Macchia Marina,  dove raggiunge il Fondillo di Settefrati, conca carsica fra banchi stratificati di calcare cristallino, roccia carbonatica saccaroide con rudiste (Molluschi fossili estinti nel Cretacico). Attraverso sali e scendi raggiunge un piccolo laghetto (visibile nel periodo primaverile nello scioglimento delle nevi)  superato il quale immette al Valico delle Gravare, a quota 1874 m.

Si percorrono gli ultimi metri risalendo a destra della cresta di Anito delle Viarelle,  l’ultimo tratto  proietta l’escursionista  nel  suggestivo panorama che si spalanca sul versante abruzzese del Parco nazionale sino in fondo all’orizzonte dove si intravedono, il massiccio del Gran Sasso e  la valle peligna con la catena della Maiella.

Su queste cenge di rocce che  delineano  tutto il tratto laziale che si dipana da monte San Marcello, Colle Nero, il Bellaveduta e Rocca Altiera, sopravvive un consistente nucleo di Camoscio appenninico (Rupicapra pyrenaica ornata) rara specie zoologica che è il fiore all’occhiello della fauna italiana, inclusa nella lista IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) è considerata fra le più importanti in Europa e fortunatamente vive oltre che in provincia dell’Aquila anche in quella di Frosinone.

Non a caso tale peculiarità faunistica  ha da sempre rappresentato,  sin dal suo nascere,  il logo del GAL versante laziale del PNA, che nelle sue finalità ha sempre voluto preservare le eccellenze di questo prezioso territorio.

 

Valle Fischia – Fondillo di Settefrati – Valico delle Gravare

sentiero PNALM – partenza= 06  dal curvone di Colle Cicciuto  (strada per

Santuario di Canneto),

Quota: da m. 892 a 1.904 slm

Dislivello: m.1.000 in salita e 1.000 in discesa

Periodo consigliato: primavera, estate, autunno, in inverno solo per esperti.

Tempo di percorrenza: h.4.00 (h.3.00 ritorno)

Difficoltà: facile

Lunghezza: A/R km.19.00